A story from our time – La folla

There are days I fear the sun will never set and I will find myself trapped in a never ending loop of fears, boredom, despair and nostalgia, but some days are on the contrary too short for all the things I would like to do. I suppose these are feelings we are all having while isolated at home with the world outside fighting the invisible enemy.

When I wake up in the morning, I take a few minutes to reflect on how to spend the hours ahead, if working on my photography business, in the way I can, if reading all the books I could not finish in these past months, if studying all the things I have not even studied during my University years, or if writing, collecting present impressions, reviving past ideas, and letting my imagination free, which means to create just for the sake of it, and to be happy in the moment. Well, the short story I am sharing with you today (I am very sorry, but it is just for the Italian readers!) was not something I had thought about for very long, but rather something I used to contain the emotions of the time we live in.

Below are also some recent photographs done in collaboration with fashion designer Bianca Elgar and with beautiful model Opor Kunk.

La folla

  L’uomo aspettò che la folla si fosse dissipata prima di rimettersi in cammino. Così qualcuno incrociato per strada gli aveva detto di fare, e lui, senza porsi alcuna domanda, aveva seguito il consiglio.
La piazza fumava di sole, e la luce che rimbalzava dalle finestre dei palazzi rendeva abbagliante anche l’aria. Seduto all’ombra di una grande statua il cui volto brunito e consumato dal tempo appariva ormai irriconoscibile, l’uomo seguiva con gli occhi la scia d’ombra lasciata dall’ultimo gruppetto di donne che gli era passato davanti. Erano in cinque, tutte vestite di bianco, ampi cappelli di paglia stretti sulle tempie, e sandali slargati, di quelli che alleggeriscono la stanchezza dei piedi e danno sfogo ai gonfiori delle caviglie. Dal modo in cui si guardavano intorno, fotografando con gli occhi, laddove prive di altri mezzi, la bellezza che si lasciavano alle spalle, si capiva che quella fosse la loro prima volta in città.
Senza fretta l’uomo si mosse dal suo angolo d’ombra dopo averle viste sfociare rumorosamente nelle stradine intorno alla piazza. Casa sua non era molto distante; poteva vederla, spingendo lo sguardo attraverso l’arco di mattoni che dalla chiesa dei gesuiti, costeggiando un sentiero fitto d’alberi, portava a un cortile raccolto e da lì al quartiere in cui aveva sempre vissuto, in cui erano nate sua madre e sua nonna, e in cui entrambe, sotto i suoi grandi occhi verdi, se n’erano andate diversi anni prima.
Aveva ormai quasi raggiunto la chiesa e l’arco, quando un nuovo gruppo, misto di uomini e donne, gli sciamò davanti. In realtà, non si capiva neanche esattamente da dove venissero tutte quelle persone; pareva uscissero da ogni anfratto della terra e calassero insieme a ogni raggio di sole scoccato dal cielo, moltiplicandosi una volta raggiunto il suolo. Di colpo, la porta della chiesa si aprì, e pure da quella ne sgusciarono una trentina, forse di più. L’uomo cercò di contarli, ma perse il filo. La sua bocca secca faceva fatica a scandire anche un solo numero, e la sua mente, silenziata dallo stupore, ne era altrettanto incapace.
“Tieniti lontano dalla folla!”. Le parole udite poco prima da uno sconosciuto gli risuonarono alle orecchie.
Pur non riuscendo a immaginare la ragione che stava dietro a quel monito, l’uomo sentì improvvisamente di essere davvero in pericolo. Fu come una premonizione, qualcosa a cui la sua mente e il suo cuore reagirono in contemporanea. Allora spinse gli occhi oltre la folla, verso quei rari, sfuocati punti in cui il cemento della città tornava a vincere sul brulicare dei corpi molli, pigiati tra loro, gonfi di sole e risate incontrollabili. Se avesse aspettato di capire in che direzione ciascuno dei gruppi si sarebbe mosso, forse avrebbe potuto precederne gli ultimi passi e trovare una via di fuga nel mezzo di quelli.
Solo che l’attesa, quella volta, si dimostrò più difficile di quanto avesse sperato. La folla raddoppiò, triplicò in volume. La gente prese a calarsi dalle finestre, dalle terrazze, urlando come scimmie, per poi atterrare sul marciapiede senza neanche un graffio e con sul viso l’espressione serafica di un bambino che si è appena risvegliato da un sonno ristoratore. Anche le saracinesche delle botteghe chiuse si aprirono, e donne statuarie, rotonde, talune flaccide, iniziarono a sfilare sul marciapiede di fronte. In braccio ad alcune c’erano neonati che i loro ventri molli sembravano aver partorito da poco; altre, invece, stringevano filoni di pane come mazzi di fiori, facendoli odorare alle compagne intorno.
In men che non si dica, l’uomo, stordito dal frastuono e confuso, si trovò circondato, e capì che evitare la folla fosse non solo impossibile quanto pericoloso. Avrebbe dovuto andarle contro, remare in direzione opposta alle onde, quando l’unica scelta possibile, a quel punto, sembrava di seguirla o addirittura abbandonarsene. Spinse dunque lo sguardo verso il cielo, come per prendere fiato, e quando una raggiera di visi gli si parò davanti, sostituendosi alle nuvole, allora iniziò a correre, a scansare le braccia che gli calavano addosso, i petti che lo spingevano, i piedi contro cui i suoi talloni si trovavano a sbattere, e a schermarsi con un fazzoletto di stoffa dagli spruzzi di saliva che lo bagnavano e offendevano. In pochi minuti il rumore dei corpi ammassati, il caldo emanato da quelli che si sommava al caldo della giornata, l’aria rimbombante di parole incomprensibili, forse attinte a lingue diverse, sovrastò del tutto l’assediato che così cadde.
La folla, proprio quella da cui avrebbe dovuto tenersi lontano, lo travolse, e non ci fu modo, per lui, di rialzarsi, se non a sera, dopo che il mondo intero gli fu passato addosso, egoista, cieco, irrefrenabile. La prima cosa su cui i suoi occhi andarono a posarsi allora fu la chiesa, poi l’arco di mattoni, e giù in fondo la sua casa. La luce dello studio era accesa. Ebbe la sensazione che dall’altra parte ci fosse la moglie che, come ogni giorno, ordinava i libri che lui aveva lasciato sparpagliati sulla scrivania. Avrebbe voluto chiamarla, pur sapendo che non sarebbe mai riuscita a sentirlo, ma la sua voce, già prima fioca, gli rimase intrappolata in gola. Si alzò; respirava a fatica, e anche il suo respiro non produceva suono.
Costeggiati i negozi chiusi, si specchiò su ciascuna delle loro vetrine, e in quel momento lo vide. Vide, in carne ed ossa, il motivo per cui avrebbe dovuto evitare a tutti i costi quell’orda senza controllo. Un uomo che non gli somigliava più storceva la bocca sul riflesso del vetro; sembrava quasi avesse una maschera cucita sulla carne, impossibile da togliere. I suoi capelli erano passati dal grigio al bianco candido, la sua pelle si era raggrinzita, rughe profonde, spesse, avevano allentato le sue guance, e tolto mobilità alle sue mani. Il sangue affiorava già alle sue labbra.
Pensò allora alla moglie, ed ebbe paura che lei non lo avrebbe riconosciuto, o che addirittura non avrebbe fatto in tempo a raggiungerla, a dirle addio. La luce accesa nel suo studio si era fatta più fioca; sembrava lontanissima, lontana la casa, lontana la città stessa. Restavano una piazza vuota e un cielo insolitamente stellato.

©2020 Flavia Catena

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On Renaissance and daily melancholy

“Il mio segreto è una memoria che agisce a volte per terribilità. Isolata, immobile, sul punto di scattare, sto al centro di correnti vorticose che girano a spirali in questa stanza dove i miei cento orologi sgranano battiti diversi in diversi timbri. Se alzo il capo li vedo fiammeggiare, e ad ogni tocco di fuoco corrisponde un’immagine. Sempre sono trascinata fuori di me dalla tempesta di vivere. Che cosa è il tempo, e perché deve considerarsi passato? Fino a quando viviamo esiste un solo tempo, il presente. Una forza struggente mi prende alle viscere: costruttiva o devastatrice non mi è dato di sapere; è senza regola, almeno apparente.” Rinascimento privato, Maria Bellonci

Images from last spring photo-shoot with the lovely Leonie as model and the talented Meg Wakefield as make up artist.

©2019 Flavia Catena

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In Conversation with photographer Katt Webster

Finn, a black, curious cat, jumped on the couch where I was sitting, ready to start a new conversation about fashion and photography. He smelled my face, as a way to welcome me, and then started wondering around the bright room. Katt Webster is Finn’s owner, and the second artist I decided to portrait for my new series about young women behind a camera.
Katt is a very talented photographer whose style captured me since when I first had a look at her work. The beautiful pastel colours of her images, the harmony of the poses and compositions make her pictures really captivating and pleasant to the eyes.
Katt’s adventure with photography started when she was 16, and she was living in a small village in the surrounding of Oxford. Some fine art and photography courses make her interest in the field grow (one of her teacher was interestingly Norman Parkinson’s nephew!), and she began experimenting with shooting fashion, something that had fascinated her since she was a teenager. She then moved to London and worked for some time as social-media manager before becoming a full time freelance photographer.
Photography can be definitively a difficult path to walk on, sometimes, Katt reckons, but those around you really make the difference. She feels lucky to collaborate and work with emerging designers, brands and creatives. Although a certain luck of communication and the difficulty – sometimes also as a woman – to be recognised and supported can be draining, meeting new people, people to share a passion and an inspiration with, and doing something different everyday make her feel free. And freedom is what gives every artist a reason to live with their art!
We had just finished talking about this when Katt introduced me to Teddy, her youngest adopted cat, only one month, that I decided to photograph with her. Of course, we included also Finn in the session, and had what every creative should have when working: a lot of fun!

I thank Katt very much for her time and for what she shared with me about herself and her work. Do not miss to have a look at her website: https://www.kattwebster.co.uk/, and follow her on Instagram: @kattwebsterphoto. Here below you’ll see also a selection of her beautiful portraits!

©2019 Flavia Catena

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Katt Webster’s photos:

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Lost in the ’70s

“For there is no friend like a sister
In calm or stormy weather;
To cheer one on the tedious way,
To fetch one if one goes astray,
To lift one if one totters down,
To strengthen whilst one stands”, Christina Rossetti

Photos taken in collaboration with Danielle and Nicole, two twins with a passion for vintage – in particular for the ’70s – and a very great sense of style indeed! Don’t miss to have a look at their online shop (https://www.depop.com/betty_berry), you’ll find incredible clothes and you’ll start thinking what to add to your wardrobe!

A special thanks goes also to the hair and make up artist Daisy Oldershaw and to Bianca Elgar (accessories and home designer) for allowing me to use her house for the photoshoot.

©2018 Flavia Catena

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Cats and their humans – Becky and Lexi

More than one year ago, I decided to start a portrait project about cats and their female owners, being a cat lover myself, and also strongly believing in that sometimes saving bond between humans and pets. I took the first portraits, and then, overwhelmed by commissions, work, and other projects, I had to stop. But I was still looking forward to going back to that series of mine, and now it seems the time has come!

Last week I visited Becky Paton, a very talented artist who makes and successfully exhibits beautiful mosaics (please, have a look at her Instagram page @beckypatonmosaics). She lives with her family in the countryside just outside Oxford, and has a sweet and gorgeous cat named Lexi. He – yes, Lexi is actually a male cat, but the vet found this out too late for his name to be changed, as he really liked it! – was adopted by the family while he was still a fluffy little kitty. Now he is a four years old beautiful feline who loves to cuddle up next to his human mum at night, but also exploring the fields following his hunting instincts. I could see he was just impatient to go out and enjoy the sun, on the day we took the photographs. But I thank him and Becky for posing in front of my camera and sharing with me a bit of their happiness!

©2018 Flavia Catena

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